Social & Politically correct

Quando siamo online, ci sentiamo spesso pervadere da un senso di liberà estremo, con il rischio di considerare con troppa superficialità le responsabilità connesse dalla condivisione di pensieri in ambienti digitali.


Sui social, per esempio, ci esprimiamo e ci schieriamo assumendo posizioni a volte molto estreme. Non sono infrequenti, infatti, i casi di diffamazione via social network, di attacchi gratuiti nei confronti di esponenti politici e così via.

Molto spesso, questi atteggiamenti sono frutto dell’ingenuità dei rispettivi autori, erroneamente convinti dell’assenza di norme valide per l’ambiente virtuale.

Oggi voglio proporti una riflessione: siamo davvero liberi di esprimerci online o questa libertà è solo apparente?

I social sono piattaforme gestite da multinazionali private, le quali impostano e gestiscono anche le regole sull’uso di questi spazi condivisi. Alcuni divieti, come quelli contro l’istigazione alla violenza e la discriminazione, sono necessari per il giusto equilibro della community, che, per prima, è chiamata a rivestire un ruolo attivo nella segnalazione di contenuti offensivi o potenzialmente tali. Dopo la segnalazione, la decisione sulla censura di quel determinato contenuto spetta poi al social stesso.

Eclatante fu il caso Trump di inizio anno, il cui account di Facebook è ancora sospeso perché di minaccia alla sicurezza pubblica. Senza entrare nel merito del giusto o sbagliato, fermati a questa riflessione: è giusto che un’azienda privata abbia il potere di intervenire e bloccare determinati contenuti senza alcun confronto con l’Autorità Giudiziaria?

Recentemente, sempre Facebook, ha introdotto la possibilità di segnalare profili e contenuti estremisti. L’idea, di base, è buona e vuole provare a fornire un rimedio a sostegno della sicurezza ma, nonostante i buoni propositi, c’è un rischio intrinseco. C’è da chiedersi quale sia il livello di estremismo minimo per far valere questa <<denuncia>> o se questo strumento sia utile anche solo per bloccare opinioni potenzialmente differenti da quelle della massa, come quelle recentemente profuse nel panorama Ddl Zan. Il rischio, infatti, è quello di sconfinare nel reato di opinione.

La questione è molto complessa e una risposta univocamente <<giusta>> non esiste. La democrazia e la libertà di opinione sono ancora in fase di costruzione, alla ricerca del giusto equilibrio tra i diversi mezzi di comunicazione.

Articolo pubblicato nella rubrica digitaLegal del Bresciaoggi.