La privacy può essere sacrificata alla sicurezza nazionale?

Immagina una bilancia a due piatti: sul primo metti la privacy, sul secondo la sicurezza nazionale. Se l’equilibrio è raggiunto, allora, la situazione è ideale: vengono protetti sia gli interessi della nazione che i dati personali dei cittadini. L’attuale emergenza sanitaria ci ha offerto lo spunto per riflettere su quanto un potere statale possa penetrare nella vita dei singoli cittadini. In altre parole: si può limitare la libertà di un singolo in nome della sicurezza di tutti?

La risposta non è immediata.

Da un lato abbiamo un diritto fondamentale dell’uomo, quello della libertà, che si esprime anche nella forma del diritto alla privacy; dall’altro, invece, un bene superiore e collettivo, che è quello della sicurezza della società. Il rischio è quello di fare più concessioni rispetto a quelle che sarebbero sufficienti a raggiungere l’obiettivo.

Nei mesi scorsi, a causa del Covid, con le restrizioni e le “nuove” normalità, abbiamo dovuto fare ordine tra le nostre priorità. Il diritto alla riservatezza, per esempio, è stato messo in secondo piano rispetto alla necessità di contenere i danni dell’emergenza sanitaria in atto. Pensiamo a tutte le volte in cui ci è stata misurata la temperatura corporea in un ristorante o al tracciamento dei nostri spostamenti memorizzato dall’app Immuni. E potrei fare molti altri esempi. Sono tutte misure che hanno inciso in maniera forte sulla nostra privacy, causandone una compressione. Per garantire un adeguato livello di sicurezza nazionale abbiamo dovuto sacrificare un po’ della nostra riservatezza e, quindi, della nostra libertà.

Il Garante della Privacy, l’autorità italiana che vigila sul rispetto delle leggi in materia di protezione dei dati personali, ha sempre sorvegliato sulla regolarità dei provvedimenti adottati, per controllare che nessuna limitazione alla riservatezza fosse illegittima, ingiustificata e/o sproporzionata. A emergenza esaurita riconquisteremo pienamente le nostre libertà, e la privacy tornerà ai livelli pre-covid.  

In conclusione, sì: è legittimo limitare la libertà di un singolo per la sicurezza di tutti, ma solo nel rispetto di alcune condizioni. Che la minaccia alla sicurezza nazionale sia concreta e grave e che il sacrificio richiesto ai cittadini sia proporzionato alla gravità della situazione collettiva.

Articolo tratto dalla rubrica digitaLegal del Bresciaoggi, edizione del 27 ottobre 2020.

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