Insidie e difficoltà per la nostra privacy sugli smartphone

Lo smartphone è divenuto uno strumento essenziale, sia nella vita privata che in quella professionale. Sul dispositivo transitano e vengono conservati moltissimi dati e ogni utilizzatore dovrebbe compiere un’autovalutazione, per indagare il proprio grado di consapevolezza sulla quantità e sulla qualità dei dati che condivide.

Pensiamo alla localizzazione: i dati della posizione sono necessari per il funzionamento base della comunicazione telefonica; tuttavia, negli ultimi anni, le loro potenzialità si sono amplificate e hanno assunto un ruolo chiave nella fornitura dei servizi agli utenti smart. L’accesso a queste informazioni non è automatico, ma avviene dopo la nostra autorizzazione: le app chiedono l’attivazione della funzione, lasciando all’utente l’alternativa tra il tracciamento sempre attivo o la sua limitazione durante l’utilizzo dell’app oppure il diniego di condivisione.

È davvero così importante riflettere sui dati che gravitano attorno alla posizione geografica?

Sì, lo è.

Il dato geografico non è solo un’informazione sulla posizione di un certo utente in uno specifico momento. Può dire molto di noi e delle nostre abitudini. La posizione tradisce i nostri luoghi abituali e, quindi, da questa si possono desumere informazioni anche sensibili, come lo stato di salute. Se ci sono stati accessi in ospedali, centri medici, farmacie e similari, si può ipotizzare che l’utente abbia un problema fisico; il che, probabilmente, non è una presunzione valida per tutti in assoluto, ma lo è per una consistente parte di essi. Gli smartphone e le applicazioni installate nascondono pericolose insidie, che rendono più difficile per l’utente avere il controllo delle informazioni che immette.

Oltre alla localizzazione, pensiamo alla mole di dati condivisi con l’apertura del microfono, peraltro oggetto di un’indagine del Garante della Privacy ancora in fase di istruttoria, l’autorizzazione alla galleria fotografica o alla rubrica.

Le app «rubano» i dati; o meglio: usano tutto quanto noi gli concediamo, consapevolmente o non consapevolmente. Quando navighiamo online possiamo imbatterci nei cosiddetti «dark pattern», interfacce sviluppate con tecniche grafiche che rendono più difficile la scelta informata dei dati da condividere e non; l’utente viene indotto a compiere scelte sulla condivisione dei propri dati senza averne una reale percezione. È evidente che l’elusione delle regole della privacy non è tollerabile né tollerata.

Non è del tutto errato pensare che smartphone e app, spesso, tradiscano questi stessi schemi.

Articolo pubblicato nella rubrica digitaLegal del Bresciaoggi.