DIRITTO UTILE: IL DIRITTO DI RITENZIONE

Nozione, disciplina e casi pratici

Il diritto di ritenzione è un legittimo rimedio riconosciuto al creditore insoddisfatto che sia in possesso di un bene del debitore medesimo. È il diritto concesso al creditore di trattenere presso di sé una cosa che dovrebbe restituire al proprietario-debitore, fino a che questi non provveda ad adempiere alla sua prestazione.

Di fatto, il diritto di ritenzione è una vera e propria forma di autotutela e costituisce un’eccezione al divieto di “farsi giustizia da sé”; pertanto, è legittimo nei soli casi tassativamente individuati dall’ordinamento.

Occorre operare la seguente distinzione, tra diritto di ritenzione privilegiato e semplice.
Il primo è una fattispecie plurima, di ritenzione e privilegio: al creditore, oltre ad essergli riconosciuto il diritto di ritenzione, viene attribuita una garanzia che gli permette di soddisfarsi sulla cosa ritenuta con preferenza rispetto agli altri creditori.
Nel diritto di ritenzione semplice, invece, al creditore è riconosciuto unicamente il diritto di trattenere il bene sino al soddisfacimento del suo credito.

Il diritto di ritenzione cd. privilegiato trova la sua fonte normativa nell’art. 2756 c.c., ai sensi del quale i crediti per prestazioni e spese per la conservazione o il miglioramento di un bene mobile sono privilegiati, e, pertanto, in relazione a tali crediti è riconosciuto al creditore il diritto di ritenere il bene fino al soddisfacimento del credito medesimo; il creditore, in questo caso, può addirittura decidere di rivalersi sul bene ritenuto, vendendolo nel rispetto delle norme prescritte per la vendita delle cose in pegno.
Dalla sua nozione, possiamo cogliere i presupposti del diritto di ritenzione, che sono i seguenti:

  • esistenza di un credito certo, liquido ed esigibile;
  • possesso in buona fede del bene;
  • connessione tra il credito e il bene: deve esistere un nesso, un legame tra il credito e la res (il credito deve essere sorto per effetto di prestazioni rese sul bene).

Dal punto di vista pratico

Il testo dell’art. 2756 c.c. può risultare complesso e altamente astratto: in verità, il diritto di ritenzione può trovare applicazione in moltissime occasioni di vita quotidiana essendo suscettibile di svariate applicazioni pratiche.

Pensiamo, ad esempio, al meccanico o al carrozziere che esegue delle prestazioni su un veicolo, migliorandolo (e, quindi, aumentandone il relativo valore economico); ma ancora: al sarto che effettua delle lavorazioni su un abito, al falegname che restaura un mobile, ecc. A questi artigiani è riconosciuto il diritto di ritenzione sul bene del cliente, sino al pagamento delle loro spettanze.
La disciplina abbraccia qualsiasi forma di riparazione artigianale.

Altre applicazioni si possono individuare nella facoltà del vettore di ritenere le cose trasportate, del mandatario di trattenere le cose del mandante, nel rifiuto del depositario e del sequestratario alla restituzione del bene custodito o sequestrato e ancora nella ritenzione dell’albergatore per i crediti maturati nei confronti degli ospiti.

Diversamente, è ritenzione semplice quella riconosciuta all’enfiteuta per i miglioramenti eseguiti sul fondo o all’usufruttuario per le spese da questo anticipate, al possessore in buona fede per le indennità dovute.

Come si esercita la ritenzione

Per essere legittima, la ritenzione del bene deve limitarsi al solo rifiuto di restituzione al proprietario-debitore e non può consistere in atti dispositivi compiuti sul bene: la res, quindi, non può essere utilizzata e/o goduta dal creditore, il quale è autorizzato esclusivamente a trattenere il bene in attesa dell’adempimento dell’obbligazione pecuniaria. Qualora, infatti, il creditore dovesse spingersi sino al compimento di un atto di disposizione potrebbe commettere il reato di appropriazione indebita (art. 646 c.p.), che ricorre quando un soggetto utilizza uti dominus (quindi: come se fosse proprietario) un bene o del denaro altrui, di cui ne abbia il possesso, al fine di arricchire se stesso o un terzo.
Il discrimine tra le due fattispecie, il diritto di ritenzione e l’appropriazione indebita, è molto sottile e in più occasioni è intervenuta la Corte di Cassazione per dirimere dei contrasti interpretativi. L’orientamento prevalente, recentemente confermato, vuole che l’eventuale consumazione del reato de quo non discenda automaticamente dalla legittima ritenzione di un bene, ma si verifichi solo al compimento di un atto dispositivo.

In definitiva, il diritto di ritenzione può essere una modalità di coercizione indiretta attuabile dal creditore ai fini di indurre il debitore all’adempimento ma, per essere legittima, non può mai travalicare i limiti individuati dall’ordinamento e sfociare in attività di godimento/utilizzazione del bene ritenuto (condotta che, come si è visto, integra gli estremi del reato di appropriazione indebita).