Diritto allo smart working

Infografica dir. smart working

Un binomio di diritto al lavoro e all’auto gestione

La parola Smart Working è divenuta tra le più cliccate dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria (Google Trends ha registrato una vera e propria “impennata” della ricerca di questo termine, come è possibile vedere qui).

Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi esattamente smart working (o lavoro agile)?

Partiamo chiarendo cosa non è: smart working non è telelavoro.

In questo periodo, abbiamo più che altro assistito al mutamento del luogo fisico presso cui è stata prevalentemente svolta l’attività lavorativa, eseguita non più in azienda o ufficio ma direttamente a casa del lavoratore, più o meno agli stessi orari e sempre secondo le direttive impartite dal datore medesimo. In pratica: la prestazione lavorativa classica è stata semplicemente svolta a casa. Questa modalità lavorativa può definirsi telelavoro.

Lo smart working, invece, è un’evoluzione del telelavoro, e da quest’ultimo si differenzia grandemente.

Non basta lavorare da casa (o da un altro luogo) per poter essere considerati degli smart worker: servono anche auto gestione, auto organizzazione dei propri obiettivi lavorativi e ampia flessibilità. Con lo smart working è possibile conciliare con più facilità i tempi di vita e lavoro, limitare gli spostamenti (beneficio che si traduce in maggior tempo disponibile e minor inquinamento), favorire l’occupazione femminile, e rilanciare le aree geografiche slegate o distanti dai grandi centri urbani; per le aziende, i vantaggi si traducono in risparmio di costi, minor assenteismo e maggiore produttività.

Con il decreto rilancio è stato normato il diritto al lavoro agile: i genitori lavoratori dipendenti del settore privato, con almeno un figlio minore di anni 14, avranno diritto a chiedere di svolgere la propria attività lavorativa in modalità agile, e ciò fino al 31 luglio 2020 e a condizione che questa modalità sia compatibile con il tipo di attività lavorativa svolta (art. 90 D.L. 34/2020).

Con quali strumenti? Gli aspiranti smart worker potranno anche ricorrere a dispositivi informatici di proprietà (pc, smartphone, tablet, ecc.)

Un unico adempimento, per il datore di lavoro: per l’intero periodo di fruizione, i datori di lavoro sono tenuti a comunicare al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in via telematica, i nominativi dei lavoratori e la data di cessazione della prestazione di lavoro in modalità agile, ricorrendo alla modulistica disponibile sul sito del Ministero medesimo.

Solo dopo il 31 luglio sapremo se effettivamente il lavoro agile si sarà fatto sufficientemente spazio, posizionandosi come valida alternativa (ove possibile) all’attività lavorativa tradizionale.

Numerosi sono i vantaggi e i benefici del lavoro smart, ma questi risultati, però, non sono automatici e di certo non sono raggiungibili in soli tre mesi di fruizione. La trasformazione delle condizioni lavorative, da statiche a smart, dovrebbe avvenire gradualmente, andando di pari passo con la digitalizzazione delle aziende e imprese italiane, per cercare di attestarsi come vera opportunità di lavoro, alternativa alla presenza fissa in azienda (o anzi: unitamente alla presenza in azienda, che può essere occasionale, al fine di scongiurare il rischio di emarginazione).

Il decreto rilancio, però, può essere un incentivo a questo cambiamento.