Covid, raccolta dei rifiuti e violazioni privacy

Durante l’emergenza sanitaria, tutt’ora in atto, evitare la diffusione del contagio è stato l’imperativo categorico.
Anche la privacy – lo abbiamo visto in alcuni articoli precedenti – ha dovuto sacrificarsi per il bene della salute pubblica. Ci sono state, però, delle invasioni veramente significative, che non si giustificano nemmeno alla luce della tutela del benessere collettivo.

Mi riferisco, in particolare, ai famosi sacchetti rossi distribuiti da molti Comuni italiani per il conferimento dei rifiuti dei malati e positivi al Covid.
A chiunque fosse in quarantena o in isolamento fiduciario, infatti, è stato chiesto di esporre al di fuori dalla propria abitazione dei vistosi sacchetti rossi, di colore differente rispetto a quelli solitamente utilizzati.

La ragione della scelta è abbastanza comprensibile: aiutare gli operatori ecologici ad individuare i rifiuti contaminati dal Covid ed evitare il più possibile il contagio.

Altrettanto evidente il rischio di questa scelta: sbandierare a tutto il vicinato – o paese nelle ipotesi dei piccoli comuni – di aver contratto la malattia. Il positivo, quindi, oltre a dover combattere contro il virus, si è visto costretto a fare i conti con la gogna pubblica di essere stigmatizzato come untore. Anche l’infezione da Coronavirus è un dato sanitario e, come tale, gode di una particolare protezione rafforzata. La scelta di condividere con gli altri queste notizie spetta unicamente all’interessato; nessun contagiato può essere obbligato a fare “coming out” con dei sacchetti rossi.

Fortunatamente, accortisi del grave sacrificio chiesto ai cittadini, le amministrazioni sono corse ai ripari e hanno adottato delle strategie più riservate ma ugualmente efficaci. Una soluzione è stata quella di appaltare ad altre cooperative la gestione dei rifiuti dei malati e positivi, in modo da evitare la confusione con quelli non-Covid. Anche il Garante Privacy è intervenuto sulla questione, condannando la scelta dei sacchetti rossi come gravemente discriminatoria, nonché fortemente contraria alle regole sulla protezione dei dati personali.

La diffusione di una cultura privacy, in definitiva, passa anche dall’abbandono di questi sacchetti colorati.

Scarica l’infografica che riassume il contenuto:

Articolo pubblicato nella rubrica digitaLegal del Bresciaoggi.

Immagine di padrinan, Pixabay